Negli ultimi dieci anni, la produzione globale di opere di arti performative incentrate sul tema ambientale si è intensificata, con approcci e risultati molto diversi. Di fronte alla proliferazione di spettacoli dedicati a questo argomento, si pone spesso il problema del valore estetico oltre che “performativo” (inteso come efficacia) di tali drammaturgie, che risultano nella maggior parte dei casi fragili non solo dal punto di vista formale, ma anche rispetto ai loro intenti educativi e politici. Se l’arte non ha e non deve avere il compito di risolvere una crisi scientifica e politica, può certamente interrogarsi sulle ragioni di una crisi che è, prima di tutto, una crisi dell’immaginazione, una crisi della narrazione. Il teatro e la letteratura possono, in altre parole, riflettere sull’impossibilità, testimoniata da molti, di trasformare il collasso climatico che stiamo vivendo in una narrazione – e quindi in una condivisione dell’esperienza – che non sia puramente fantascientifica o distopica. Questo breve contributo, che ha carattere introduttivo a uno studio più ampio, propone una sintesi di alcune riflessioni teatrali e letterarie sviluppate fino a oggi sul rapporto tra arti e cambiamento climatico (partendo da Amitav Ghosh fino ad arrivare a Jonathan Safran Foer), all’interno di un quadro più ampio: quello della relazione tra arte e le attuali questioni politico-sociali e ambientali.